Dove sta andando l’industria dell’outdoor?

Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Gunther Acherer, titolare dell’azienda di distribuzione articoli sportivi Panorama Diffusion e presidente dell’associazione Italian Outdoor Group.

Italian Outdoor Group riunisce le principali aziende italiane leader nella produzione, importazione e distribuzione di abbigliamento, calzatura e attrezzatura per gli sport outdoor e di montagna. Tra le aziende che ne fanno parte vi sono molti marchi che abbiamo recensito, tra cui Aku, Ferrino, Garmont, HDry, Karpos, La Sportiva, Meindl, Ortovox, Salewa, Scarpa, Tecnica, Vaude e Vibram.

Italian Outdoor Group a ISPO

Dal suo osservatorio privilegiato, abbiamo quindi chiesto a Gunther di rispondere a qualche domanda che nasce dalla nostra esperienza di tester e dalle esigenze espresse dalla nostra community di acquirenti di prodotti per la montagna. Con l’obiettivo di capire quali siano le tendenze dell’industria dei prodotti per la montagna.

  1. Partiamo da Italian Outdoor Group, un’associazione che ha tra i suoi obiettivi “la crescita e la valorizzazione degli sport e della cultura outdoor”. Cosa significa in concreto questo impegno, per un acquirente di prodotti di montagna?

Il mercato dell’outdoor in Italia deve ancora crescere rispetto all’Europa, sia da un punto di vista quantitativo, sia da un punto di vista qualitativo. Da parte di Italian Outdoor Group c’è l’impegno a favorire questa crescita con iniziative che coinvolgono anche il consumatore. Iniziative di sensibilizzazione verso la natura, l’ambiente e – in futuro – anche di test prodotto.   

  1. Italian Outdoor Group ha sempre promosso una collaborazione costruttiva con i negozi specializzati nella montagna. Perché queste realtà sono così importanti, per le aziende ma anche per gli acquirenti finali?

I negozi specializzati sono delle realtà in grado di dare un supporto importante a chi si avvicina agli sport di montagna e per questo vanno tutelati e valorizzati. In montagna occorre andarci in modo consapevole e la corretta scelta dell’attrezzatura e dei prodotti è un fattore fondamentale di questa consapevolezza. Il negozio specializzato non dovrebbe essere solo un venditore, ma un consulente in grado di indirizzare l’appassionato verso il prodotto più adeguato ai suoi obiettivi e alla sua esperienza. 

Acherer, presidente di Italian Outdoor Group
Gunther Acherer, presidente di Italian Outdoor Group
  1. Passiamo ora ad un aspetto delicato: l’aumento dei prezzi. Negli ultimi 12 / 18 mesi il comparto outdoor ha visto crescere i prezzi in modo notevole. Oggi praticare sport di montagna, dall’alpinismo allo scialpinismo, fino al semplice trekking, costa molto di più. Cosa si può fare in proposito?

Io sono convinto che i prezzi dei prodotti outdoor non possano essere ritenuti alti in senso assoluto. Ad esempio, in confronto ai prodotti della moda c’è un know-how tecnico molto più elevato con volumi relativamente minori, che di conseguenza determina un costo di produzione maggiore. E’ vero che di recente c’è stato un aumento dei prezzi derivato dai rincari delle materie prime per la pandemia, la situazione energetica e la guerra. Ma le aziende dell’outdoor questo aumento lo hanno fatto gradualmente, nonostante l’abbiano dovuto subire quasi tutto in un colpo. In sostanza, le aziende hanno assorbito parte di tali aumenti, scaricandone solo una parte sul prezzo finale dei prodotti. Per fortuna oggi alcuni costi si stanno riducendo e in futuro è possibile prevedere un’inversione di tendenza.

  1. Sempre relativamente al tema dei prezzi, non pensi che in alcuni casi i cataloghi prodotti siano diventati troppo ampi e che questo possa influire sul livello dei prezzi stessi? Non sarebbe meglio ridurre l’offerta di modelli, a volte davvero eccessiva, per fare economie di scala e contenere il costo dei prodotti al consumatore?

No, sinceramente non penso sia possibile. L’ampiezza dei cataloghi ha motivi profondi su cui non è facile intervenire. Innanzitutto, le aziende si trovano a coprire un mercato mondiale con esigenze molto diverse: nel Regno Unito o negli States vanno modelli che in Italia non si vendono e viceversa. Questo fenomeno è figlio della globalizzazione, non è una scelta delle aziende. Nessuna di loro si diverte a far crescere i cataloghi. Poi c’è il consumatore, che ormai si aspetta una scelta sempre più ampia e sempre più specializzata. Anche questo contribuisce a “gonfiare” i cataloghi.

  1. La vostra iniziativa “Gruppo Valore Outdoor” mirava a ritardare il periodo dei saldi, per garantire ad aziende e negozianti una migliore sostenibilità. Come è andata l’iniziativa? E soprattutto: non è in contrasto con la necessità di contenere i prezzi di acquisto dei prodotti per la montagna?

No, con questa iniziativa non si vuole contestare il meccanismo dei saldi, ma semplicemente riconoscere un cambiamento climatico che è ormai evidente. Le stagioni si stanno spostando in avanti e non ha davvero senso svendere a gennaio i prodotti invernali quando l’inverno è appena iniziato. Sono meccanismi vecchi di decenni che non hanno nulla a che vedere con la realtà di oggi. Noi pensiamo che sia necessaria una sensibilizzazione che coinvolga anche il consumatore. L’attrezzatura e l’abbigliamento da montagna non dovrebbe seguire le regole del fast fashion, bensì porsi come prodotti continuativi, che durano nel tempo, o almeno l’intera stagione.

  1. La nostra sensazione è che si sia un po’ esagerato nella corsa al “fast & light”a tutti i costi, andando a compromettere la durabilità dei prodotti. Non è forse ora di mettere in discussione questa tendenza?

Il problema è l’abuso del “fast & light”, che non è cosa per tutti. Qui è importante il ruolo dei negozi specializzati e la loro capacità di indirizzare il consumatore verso il prodotto giusto, che non necessariamente deve essere il più tecnico e il più leggero. Anche il ruolo di piattaforme come Mountainreview è utile nell’aiutare a scegliere con consapevolezza, valutando bene il rapporto tra performance e durabilità.

formazione ai negozianti specializzati in prodotti outdoor
Evento di formazione rivolto ai negozianti
  1. Un’altra impressione che abbiamo avuto – come tester e come spettatori delle discussioni social all’interno della nostra community – è che il tasso di difettosità dei prodotti negli ultimi tempi sia aumentato. E’ un fenomeno reale? E quali possono essere le cause?

Qui posso parlare solo per le aziende che distribuisco direttamente. Noi abbiamo un tasso di difettosità talmente basso e stabile che sinceramente non posso confermare.

  1. Come si stanno attrezzando le aziende verso il tema del riuso e della riparazione? Soprattutto quando si tratta di prodotti di alto valore (e prezzo), i nostri lettori sono molto sensibili alla possibilità che l’azienda offra un servizio di riparazione. 

Su questo fronte ogni azienda lavora autonomamente e fa le sue scelte. Ma sicuramente è una tendenza diffusa, tant’è che ormai molti product designer sono formati a progettare prodotti in grado di essere riparati con facilità. Personalmente sono convinto che sia un impegno strategico per il nostro settore.

  1. Quanto conta la provenienza del prodotto e la tracciabilità dello stesso, per l’acquirente finale? 

A mio avviso conta molto e c’è una sensibilità crescente su questo tema. Innanzitutto per le aziende spesso non rappresenta un costo in più, trattandosi sostanzialmente in un impegno di trasparenza rispetto alla loro catena di fornitura. In altri casi invece è necessario un ripensamento nella globalizzazione troppo spinta delle forniture. In entrambi i casi è comunque un impegno che il consumatore finale apprezza molto.

  1. Dopo l’attenzione verso la sostenibilità, quale sarà la sfida più importante che dovrà affrontare l’industria dell’outdoor? 

Penso che sulla sostenibilità in Italia si debba ancora fare parecchio lavoro, sia a livello produttivo e tecnico, sia a livello comunicativo verso il consumatore, che non sempre la percepisce come elemento importante di scelta. 

Altra sfida importante a mio avviso è quella di rafforzare la struttura produttiva e di fornitura, che negli ultimi anni si è fatta troppo fragile. Questo a causa di una globalizzazione eccessiva che ha portato alla scomparsa di molte competenze produttive in Italia e in Europa. 

Per ultimo – ma non per importanza – vedo poi la necessità di migliorare la capacità di acquisto del consumatore, che dovrebbe essere messo nella condizione di spendere per prodotti di qualità e in grado di durare nel tempo.

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